Nelle domeniche di Avvento, fino al 12 gennaio – festa liturgica del Battesimo di Gesù – proponiamo alla comunità di riflettere sul Vangelo festivo del giorno, partendo dalla contemplazione dell’immagine iconografica suggerita dal brano.
Nei giorni feriali, invece, intraprenderemo un lungo cammino per incontrare quel “Dio che si è fatto carne”.
Per approfondire la comprensione delle icone, vi proponiamo una chiave di lettura offerta dalle sorelle del Monastero Benedettino di San Antonio in Polesine, che hanno anche realizzato le tavole che saranno esposte sulla corona dell’Avvento durante il periodo di Avvento e Natale.
L’icona nasce dalla capacità artistica, che è un dono dato all’uomo per il suo bene e per quello di tutti, ed è bella quando risponde alla vocazione che le è propria: “evocare il mistero trascendente di Dio, Bellezza eccelsa di Verità e di Amore, apparsa in Cristo“.
L’icona deve condurre all’adorazione, alla preghiera e all’amore di Dio Creatore e Salvatore; fruirne è un modo per vivere il rapporto con Dio.
Per la Chiesa, l’icona non è solo un’opera d’arte, né un semplice strumento che apre al Mistero, ma è uno strumento di comunione che introduce, come accadde agli apostoli sul monte Tabor, alla gloria che si manifesterà nella trasfigurazione finale. (Padre Giuseppe Lombardo, Presentazione a *L’icona. Manuale di iconografia bizantina* di Mirella Roccasalva, Firenze, Editrice “ISTINA”, Siracusa).
Il lavoro per realizzare un’icona è lungo e paziente.
Prima di tutto, l’iconografo deve preparare il proprio spirito: l’icona è dono e opera dello Spirito Santo, e per essere strumenti della grazia è necessario purificare il cuore e i sensi. Il digiuno, la preghiera e la riconciliazione sono preparazioni indispensabili per scrivere le icone.
Dopo il disegno, si procede con la “scrittura” dell’icona, che consiste nel ricoprire le diverse parti del disegno con i colori ottenuti da pigmenti naturali, come terre (ocre gialle, rosse, verdi di varie tonalità a seconda della provenienza), minerali macinati (lapislazzulo, malachite, cinabro, ematite…), coloranti vegetali (indaco, zafferano, nero di vite o di pesca) o animali (nero d’avorio, giallo indiano).
Questi pigmenti hanno una struttura cristallina che li rende trasparenti e luminosi, mai sgargianti, e facilmente armonizzabili tra loro. Le infinite variazioni di tono si ottengono mediante mescolanze e, soprattutto, velature. Ogni colore ha un significato simbolico:
- “Il rosso e il porpora” simboleggiano il divino; perciò, la tunica del Cristo Pantocratore è di colore purpureo.
- “Il verde e il blu” rappresentano l’umano. La Madonna, che è di natura umana, è spesso raffigurata con una veste verde o blu e un manto rosso, a simboleggiare la divinità che l’ha rivestita.
- “L’oro” rappresenta la luce pura, divina.
Anche il bianco ha lo stesso significato: i “tratti vivi” esprimono la massima spiritualizzazione dei personaggi, la luce divina che li penetra e da essi irradia.
Poiché l’icona non è una riproduzione naturalistica, ma una rappresentazione – in senso forte – della realtà spirituale, la carnagione dei volti ha una tonalità dorata, a simboleggiare la trasfigurazione dell’uomo. La pittura di viso, mani e in generale della pelle visibile è la parte più importante.
Gli occhi, le sopracciglia e le labbra richiedono particolare maestria: non si tratta di riprodurre la natura, ma di dare un’immagine trasfigurata dall’interiorità spirituale, rispettando gli antichi canoni.
Gli occhi, talvolta ingranditi, hanno uno sguardo fisso sull’aldilà, mentre la fronte larga e alta accentua la predominanza del pensiero contemplativo.
Tratteggi di bianco puro, detti “tratti vivi”, evidenziano i punti salienti dell’incarnato, esprimendo l’irradiazione della luce interiore.
Altri tratteggi, realizzati con l’oro (chiamato “assist”), ornano spesso le vesti del Cristo e della Madonna, a simboleggiare lo splendore della divinità.
Sul capo e sulle spalle della Santa Madre di Dio appaiono tre stelle d’oro, a significare la sua perpetua verginità, prima, durante e dopo il parto.
Importante è anche il nome di ciò che l’icona raffigura: solo così essa acquista pienamente il suo carattere sacro e la sua dimensione spirituale.
Nel contesto biblico, il “nome” ha un significato profondo: non è solo un segno distintivo o un titolo, ma una comunicazione della sostanza dell’originale. Con l’iscrizione, l’icona è legata al prototipo di cui è rappresentazione.
Tradizionalmente si usano i caratteri greci o cirillici in forma stilizzata, ma è possibile impiegare qualsiasi lingua in cui si celebra la liturgia.
Accanto all’aureola di Cristo (chiamata “nimbo”) compaiono le lettere **IC XC**, che significano: “Gesù Cristo”; accanto all’aureola della Vergine, le lettere **MP OY**, che significano: “Madre di Dio”.
Le lettere nei bracci della croce inscritta nell’aureola di Cristo, **O WN**, significano: “Colui che È”, il nome di Dio rivelato a Mosè davanti al roveto ardente (Es 3,14).
Terminata la fase del pigmento e prima delle scritte, si esegue la doratura.
Un tempo, questa era la prima fase dopo il disegno, poiché l’oro simboleggia la luce increata di Dio, l’atmosfera del Paradiso, e aiuta l’iconografo a entrare in una dimensione spirituale.
Speriamo che questa introduzione possa aiutarvi a entrare nel profondo del mistero del “Verbo fatto carne”.